Risvegliare le proprie emozioni per vivere bene col partner

IN QUALSIASI TIPO DI RELAZIONE UMANA NOI CI RAPPORTIAMO CON L’ALTRO E LO  PERCEPIAMO ATTRAVERSO I NOSTRI SENSI E LA NOSTRA PSICHE. PER QUESTO MOTIVO PER ENTRARE VERAMENTE IN RELAZIONE CON IL PROPRIO COMPAGNO/COMPAGNA  E’ IMPORTANTE IMPARARE A SENTIRE E A VEDERE SE STESSI, INFATTI SOLO LAVORANDO SU NOI STESSI POSSIAMO RISVEGLIARE LE SENSAZIONI, LE EMOZIONI E RIMANERE IN CONTATTO CON ESSE. PUO’ SEMBRARE UNA CONTRADDIZIONE MA PROPRIO QUESTO CI PERMETTE DI ENTRARE  IN CONTATTO IN MODO AUTENTICO E COSTRUTTIVO CON CHI CI E’ VICINO:  PIU’ COMUNICHIAMO  CON LE NOSTRE EMOZIONI E PIU’ LO SAREMO CON QUELLE DEL  NOSTRO PARTNER.

SIAMO ABITUATI A GUARDARE L’ALTRO ANZICHE’ “VEDERLO”: SIAMO CIOE’ ABITUATI AD ANTEPORRE I NOSTRI GIUDIZI, LE NOSTRE  ASPETTATIVE E I NOSTRI  VISSUTI  CHE PERO’ CI FANNO CADERE NEL TRANELLO DI APRIRE LA STRADA AI  PREGIUDIZI,  ALLA DIFFIDENZA,  AL SOSPETTO.

“VEDERE” L’ALTRO SIGNIFICA APRIRSI AL MONDO DELL’ALTRO, CIOE’ ENTRARE IN EMPATIA CON  IL SUO VISSUTO,  ASCOLTARE IN MODO NEUTRALE LE SUE ESPERIENZE, SENTIRE LE SUE EMOZIONI. QUESTO E’ UN MODO PER EVITARE DI ATTRIBUIRE ALL’ALTRO  QUALCOSA CHE NON GLI APPARTIENE MA APPARTIENE A NOI, O PER EVITARE DI  MAL INTERPRETARE QUALCOSA  CHE NON RIUSCIAMO AD ACCETTARE.

SPESSO ABBIAMO IL TIMORE DI ESSERE ABBANDONATI PERCHE’ NON RIUSCIAMO  A CAPIRE, AD INTERPRETARE I COMPORTAMENTI E I MODI DI ESSERE DIVERSI DAL NOSTRO .

SPESSO SE UN RAPPORTO E’ FONDATO SU PREMESSE ED ASPETTATIVE NON REALISTICHE, PUO’ PRODURRE FACILMENTE IL TIMORE CHE NON SIA POSSIBILE FARLO  CRESCERE E NE’ FARLO CONSOLIDARE E QUINDI AUMENTA LA PAURA DI ESSERE  ABBANDONATI O RESPINTI O NON ACCETTATI. COSI’ FACENDO  IL DESIDERIO DI AMORE E LA PAURA DI FALLIRE NELL’MPRESA SI INTRECCIANO E IMPEDISCONO CHE SI CREI UN LEGAME POSITIVO E PROFONDO CON IL NOSTRO PARTNER.

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16 e 17 marzo 2013. L’intelligenza emotiva e la gestione dello stress

Il corso propone tecniche e strumenti per valutare e gestire i propri livelli di ansia e stress e trasformarli in risorse personali. In particolare, si analizza quanto la consapevolezza del proprio stato emotivo (IE) possa essere utile nella gestione dei conflitti interpersonali.

Metodologia

Il corso è suddiviso in tre momenti, durante i quali i partecipanti sono supportati:

  • nel prendere coscienza dei fattori che scatenano il “proprio” stress; delle cause e delle conseguenze a livello fisico, umorale, emozionale, comportamentale; del proprio livello di burnout;
  • nell’imparare a gestire lo stress attraverso l’eliminazione delle cause, i cambiamenti del significato, le tecniche di rilassamento, lo sviluppo di strategie di modellamento efficaci;
  • nell’acquisire consapevolezza circa l’importanza del quoziente emotivo rispetto al quoziente intellettuale e di come le esperienze che viviamo influenzino emotivamente il percorso personale e professionale.

Riconoscere queste emozioni e imparare a gestirle al meglio consente di costruire relazioni efficaci.

Contenuti

  • Definizione di stress e cause scatenanti
  • Tratti di personalità a rischio
  • Le emozioni paralizzanti e le credenze limitanti
  • Definizione di Intelligenza Emotiva e analisi delle emozioni
  • L’ascolto attivo delle proprie emozioni
  • Definizione di obiettivi realizzabili
  • Intelligenza emotiva e leadership
  • La corretta negoziazione
  • Esercitazioni e proiezioni di filmati
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Riflessioni sulla Separazione

La separazione coniugale è un terremoto. Le prime sensazioni sono di panico e smarrimento, riaffiorano paure abbandoniche e vacillano le sicurezze che si è costruite negli anni. La crisi è a volte tanto minacciosa che destabilizza la stessa identità. Infatti la separazione è così carica di sentimenti di rabbia e di paura, che indebolisce momentaneamente le nostre capacità, proprio quando sarebbero necessarie per trovare delle soluzioni.

Ci illudiamo di star bene aggirando il dolore, ma se non ci liberiamo di esso, delle ragioni che lo hanno scatenato tutto si ripresenta. Una famiglia che si disfa può essere paragonata a un terremoto di altissimo grado e colpisce grandi e piccoli. L’immediata preoccupazione è per le cose materiali, legate ai figli, ai soldi, alla casa e ciò aiuta in un primo momento a spostare l’energie emotive ad uno spazio più facile da gestire e da dominare.

Tuttavia, in contemporanea, tornano vecchi rancori dimenticati e con le accuse reciproche si dà sfogo a vecchie insoddisfazioni, ingiustizie e ripicche. Con chiunque si parli, è sempre colpa dell’altro. Non ci sono più freni per arginare la rabbia, si scatenano odi irrazionali che prolungano i disagi.

I bambini avvertono le tensioni, vivono le angosce relative alla situazione e percepiscono un senso d’impotenza. Vedono crollare i modelli genitoriali necessari per garantire loro il bisogno di sicurezza. Spesso nel crollo di questo mondo perdono la fiducia negli adulti soprattutto perché non hanno risposte adeguate e tranquillizzanti.

L’atteggiamento più preoccupante è quello del bambino che diventa apatico, triste e depresso.

 

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Comunicare con i figli

Spesso i genitori credono di essere ascoltati dai figli e per questo sono convinti che ci sia un ottimo dialogo. Ma non è così.

Infatti quando il figlio dice di aver capito e che tutto è a posto, non significa che ci sia un ottimo dialogo, in realtà ha trovato il modo più semplice per sottrarsi ad esso. Se il genitore parla in continuazione e il figlio si limita ad un cenno di assenso, questo non è dialogo. Se il genitore è pieno di attenzioni e fa mille domande, questo non è dialogo. In tutti questi esempi manca la capacità di ascolto, perché siamo abituati a considerare l’ascolto dell’altro ma trascuriamo il nostro. Il silenzio di un figlio va interpretato, non è vero che chi tace acconsente!

I genitori devono imparare a non anticipare le domande dei figli, ma aspettare che siano loro a porle, non avere fretta di risolvere i loro problemi, ma aiutare a risolverli e aspettare che siano loro a farvene partecipi. Tutto questo per evitare che i figli, per tutelarsi dalla prevaricazione comunicativa dei genitori, diventino improvvisamente  misteriosi.

Infatti sei i vostri figli non vi fanno domande è perché li avete sommersi di risposte a domande che non avevano posto. Imparate a stare zitti e ad ascoltare il loro silenzio, che è spesso una richiesta d’aiuto che non ha bisogno di parole ma solo di un attento ascolto.

Quando un genitore è sicuro di avere un ottimo dialogo coi figli, di solito è molto aperto nei loro confronti, concedendo troppo, anche la trasgressione, e mettendo in atto un bel paradosso. La trasgressione diventa così una concessione del genitore e si svuota del suo proprio contenuto, facendo perdere al figlio la soddisfazione, il gusto e la curiosità verso la stessa. Il genitore deve imparare ad arrabbiarsi e dare una lezione al figlio, se se la merita: questo è il suo ruolo, cosicché il figlio cresca e attraverso le regole maturi coerentemente. Il genitore non perde così il proprio diritto di arrabbiarsi e di svolgere il ruolo educativo.

Altri genitori invece mettono in atto comportamenti colpevolizzanti nei confronti dei figli che tendono ad assumere un atteggiamento di autonomia: “se parli così vuol dire che non mi vuoi più bene…”, “come puoi farmi questo…”. I figli sono bravi finché obbediscono, se cercano una loro indipendenza diventano cattivi perché non seguono rigidamente le regole insegnate. Molti genitori infatti si aspettano che i figli rispettino le regole per affetto, ma le regole si rispettano a prescindere dall’affetto, diversamente si è facilmente ricattabili.

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Gli adolescenti e il counseling

Tanti adolescenti hanno scelto un percorso di counseling per imparare ad ascoltarsi e per scoprire un modo nuovo di essere creativi, per abbandonare la fissità di schemi limitanti, per trovare modi nuovi di vivere la vita. Degli adolescenti colpisce sempre la grande capacità di provare dolore, la rabbia trattenuta, la vergogna nei confronti di un corpo nuovo e sgraziato ma colpisce anche la potenza della loro volontà e del loro desiderio di vincere la paura di sentirsi inadeguati. Il counseling a scuola con gli adolescenti funziona perché gli adolescenti sono ricettivi, hanno ampie parti vitali con cui è possibile allearsi, sono insofferenti nei confronti delle maschere quindi propensi a liberarsene, sono autentici e hanno bisogno di fidarsi degli adulti.

Spesso sono loro a cercare l’occasione d’incontro ed è proprio per questo che il counseling funziona. Gli adolescenti in fase di allontanamento dai genitori e di ricerca di un’identità autonoma hanno bisogno di sapere che i loro movimenti non sono controllati dagli adulti. L’ascolto empatico da parte di un adulto, è sempre un’esperienza sorprendente per un adolescente, che si stupisce del fatto che un adulto possa dedicargli tempo senza pretendere di saperne di più né di avere tutte le soluzioni giuste. L’esperienza di essere ascoltati senza preconcetti di solito ha un effetto esaltante sui ragazzi, perché risponde al loro bisogno di sentirsi riconosciuti e di avere un valore.

Il motivo che porta i ragazzi al counseling è spesso una crisi vista come un evento negativo da superare al più presto e da cancellare. La crisi è una disgrazia, un accanimento della sfortuna che mette a repentaglio tutto ciò che si ha e che si è e provoca quindi un atteggiamento depressivo che trascina con sé una sensazione di incapacità, di vera e propria inettitudine, di impotenza e un disinvestimento generale che si traduce o in mancanza di interesse per il mondo esterno o in rapporti incentrati sulla verifica del proprio valore. Quindi, per affrontare la crisi in modo costruttivo è necessario suggerire loro un punto di vista propositivo che consideri la situazione come opportunità per imparare qualcosa di nuovo e di utile e per operare nuove scelte.

A volte la crisi è determinata dalla sensazione che nulla ha senso e in effetti, dato il processo di trasformazione che gli adolescenti attraversano, non sorprende che si chiedano quale sia il loro posto nel mondo, che senso abbia la vita. Quando si attraversa un momento di crisi l’organizzazione della personalità diventa instabile, quindi il senso di vulnerabilità e fragilità aumenta perchè crolla la vecchia struttura rassicurante in cui ci si rispecchiava. In questi casi se la situazione esterna non può essere modificata, è però possibile modificare il modo di reagirvi, scegliendo di accettare il dolore e di viverlo in modo costruttivo!

L’autostima degli adolescenti ha una natura aleatoria ed è fortemente condizionata dalla dimensione del successo scolastico. La sensazione di inferiorità e di inadeguatezza rispetto ai compiti scolastici talvolta arriva ad interessare la personalità nel suo complesso, con la conseguente sensazione di non essere approvati, cioè amati, e di non meritarlo neppure. Il conflitto di fondo spesso sta nell’impossibilità di far fronte ad esigenze ideali scollate dalla realtà.

L’obiettivo del counseling, quindi, sta nella possibilità dell’adolescente di valorizzare la propria unicità e di acquisire una migliore consapevolezza di sé, accettando anche quelle parti considerate negative alla luce di condizionamenti sociali, di esperienze precedenti, di aspettative e di idee preconcette.

L’opportunità di acquisire un punto di vista diverso è fondamentale.

Il percorso è quello classico di conoscere,  modificare se stessi ed è un iter che richiede una presa di coscienza di sé, cioè delle proprie numerose personalità nascoste  allo scopo di integrarle, evitando di cedere di fronte al giudizio del censore interno, e definendo con chiarezza le risorse in possesso e gli obbiettivi realmente praticabili. Il lavoro sulla costruzione dell’autostima richiede di affrontare il censore interno, spesso rappresentato egregiamente da un insegnante o da un genitore, con inevitabili problemi relazionali.

Negli adolescenti si riscontra spesso una notevole difficoltà ad usare la competenza emotiva, a volte si tratta di difficoltà nella semplice coscienza dell’emozione, altre volte non sono in grado di esprimerle oppure non vogliono esprimerle, infine  nel peggiore dei casi può accadere che siamo totalmente incoscienti delle emozioni e sensazioni.

Lavorare sull’espressione delle emozioni con l’obiettivo di integrarle significa autorizzarsi a viverle riconoscendone l’importanza, accettare e rivendicare la libertà di viverle, lasciarle risvegliare sul piano emotivo, somatico e mentale attraverso l’ascolto, il contatto, lasciando emergere ricordi e vissuti.

Per gli adolescenti lavorare sulle emozioni è un’impresa davvero ardua, sia perché li costringe a contattare il loro dolore, sia perché devono impegnarsi a vincere notevoli resistenze: senso di inadeguatezza, vergogna, pudore.

E’ fondamentale aiutare gli adolescenti a comprendere il senso del loro stesso processo di crescita come ricerca della propria vera essenza,  del proprio Sé.

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Ama il tuo corpo, non torturarlo!

La preoccupazione per la propria bellezza è qualcosa che tutti abbiamo sperimentato. Il punto è che quello che un tempo preoccupava solo le ragazzine, oggi è diventato un’ossessione perenne, basti pensare che l’85% della popolazione femminile e il 40% di quella maschile sono insoddisfatti della propria immagine.

Perché siamo arrivati a questo? Il moderno mito della bellezza la propugna come dipendente da elementi quantificabili, come la taglia e il peso, e non da quelli non quantificabili, come simpatia e personalità. C’è di peggio: vincola anche il concetto di bellezza alla sessualità e all’amore e fa credere che una persona più si avvicina a un certo peso e proporzioni e più sarà desiderabile e amata. E come ciliegina sulla torta assicura, alle donne che se si adatteranno a questo canone, che saranno più realizzate socialmente, professionalmente e affettivamente. Ma è tutto vero? Vi sembra che le modelle e le star siano le più felici?

Facciamo un passo indietro e pensiamo. Bisogna abituarsi all’idea che il nostro corpo è fatto in un certo modo, con certe forme e lineamenti tipici, e che non sarà mai come quello di certe modelle o star tanto acclamate (salvo i risultati discutibili della chirurgia). Bisogna accettare questa idea per un semplice ma inconfutabile motivo: nessuno può mutare la propria struttura e se si cerca di cambiarla si otterrà solo di sprecare tempo e soldi in una ricerca inutile e si sprofonderà nel pozzo più profondo della sottostima.

E come si è giunti a pensare che somigliare a una modella o a un’attrice sia l’unico modo per essere belli?
Provate a leggere “Il mito della bellezza” di Naomi Wolf, è un libro di alcuni anni fa, molto interessante. In questo libro si afferma che per attaccare il moderno mito della bellezza bisogna prima smontarlo e, per farlo, è necessario metterlo in relazione con la società capitalista che l’ha creato. In effetti il sistema capitalistico dipende dal fatto che la gente acquista e consuma tanti articoli di cui, in realtà, non ha alcun bisogno. E perché aumenti la corsa al consumo bisogna far sentire le persona frustrata, cioè insoddisfatta, e a tal scopo si dovrà creare un modello di bellezza inaccessibile, a cui aspiriamo continuamente, senza mai
poterlo raggiungere. Ecco allora che ci viene fatto credere che potremo avere un corpo da adolescente se spenderemo soldi in creme, abiti, palestra….La necessità di adattarsi agli imperativi estetici che i mezzi di comunicazione incessantemente propinano ci obbliga a spendere sempre di più per uniformarci al modello.

Anche se il contagio avanza, non si tratta di un’epidemia senza vaccino. Bisogna tornare ad infischiarsene dei bombardamenti e a puntare sul nostro essere unici, ognuno fatto a proprio modo. E per essere felici bisogna imparare a non cadere nella trappola: fa esercizio fisico perché ti fa sentire meglio; compra vestiti, trucchi per sentirti più carina e non per somigliare ad altri. Non aspirare al corpo che non hai, non morire di fame o di stanchezza e non torturarti pensando ai chili di troppo o di meno.

Tu sei il tuo corpo e questo implica che tu debba cominciare ad amarti per quello che sei!

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Diffidate del concetto di autorità.

Detto in parole povere, significa: prima di credere ciecamente a quello che ti dicono, verificatelo. Mantenete un atteggiamento critico a oltranza, non accettate nessun concetto prestabilito senza metterlo in discussione e non considerate verità assoluta quello che ci viene detto solo perché lo afferma qualche autorità, sia essa il proprio padre, la propria madre, il medico illustre, il critico insigne. Si ricordi che meno di 50 anni fa si somministrava l’etere alle partorienti, si diceva che il latte artificiale era migliore di quello materno. E tutte queste opinioni venivano considerate verità scientifiche inconfutabili!

Il fatto è che qualsiasi individuo tende ad assorbire le norme e i valori dell’ambiente in cui vive e quindi la pressione sociale, esercitata in vari modi tra cui tramite i mass media, è la principale fonte per l’orientamento e la formazione del comportamento delle persone. Ma un individuo può lasciarsi guidare solo fino ad un certo punto dalla pressione sociale perché quando deve scegliere che libro leggere, chi votare, deve riuscire ad affermarsi come essere pensante con i propri gusti, deve ascoltare il suo io più profondo, quello che lo differenzia dagli altri individui. Affermare il proprio diritto di giudicare il proprio comportamento, le proprie emozioni e i propri pensieri significa anche affrontare responsabilmente le proprie iniziative e azioni con tutte le conseguenze che comportano. In altre parole siamo noi che dobbiamo difendere o criticare le nostre opinioni prima che lo facciano gli altri.

Il nostro criterio personale di giudizio è fondamentale perché se non lo usiamo costantemente c’è il rischio che, invece di usare la nostra testa, finiremo per assoggettarci ad un meccanismo di introiezione o a un’abitudine meccanica proiettata nella nostra psiche dall’ambiente sociale. E così è molto facile che perdiamo l’autostima, perché nessuno ci impedirà di subire i giudizi imposti dalla società, ad esempio, se siamo donne, a sentirci troppo grasse o ignoranti solo perché non assomigliamo alle modelle e perché non ci piace leggere certi autori. Nessuno sopravvive senza una propria libera coscienza critica che lo sproni a diffidare di tutto quello che sente, vede, legge. La nostra autenticità cioè l’esseri unici e diversi l’uno dall’altro è un grande dono e va difeso per poter essere persone soddisfatte di sé e sereni.

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La vita matrimoniale: che routine!

Tutti quanti vogliamo essere rassicurati sul fatto che , anche se visti al nostro peggio emotivamente o fisicamente, saremo lo stesso amati dalla persona che abbiamo sposato. Vogliamo rincasare dalla giungla quotidiana e poter allentare le tensioni. Vogliamo essere liberi di sbuffare, di lamentarci, di essere poco brillanti, persino di essere noiosi.

Ma se crediamo che il matrimonio sia il contesto giusto per fare i nostri comodi, un giorno dopo l’altro, commettiamo un grosso errore. Se crediamo che nel matrimonio possiamo lamentarci, fare sarcasmi, ruttare, criticare a tutto spiano senza pagare un prezzo, ci  bagliamo e stiamo indulgendo nell’idea utopistica di un amore senza sforzo, senza meriti, come l’amore che un bambino cerca da una mamma perfetta. Ma l’amore tra adulti è ben altro. Alcuni matrimoni sono basati sull’assioma “se ci amiamo dobbiamo dirci sempre la verità” e questo significa dirsi delle amare verità con la scusa della franchezza. Ma si può comunicare senza per forza essere distruttivi? A volte è sufficiente pensare di più prima di parlare e riflettere sull’impatto emotivo nei confronti del nostro compagno. Ecco una prima regola: pensarci prima di aprir bocca. Almeno se amiamo la persona che abbiamo sposato. Le sensazioni non si possono controllare, ma si può controllare come e se esprimerle.

Nella vita matrimoniale quotidiana bisogna capire fino a che punto sia lecito essere franchi l’uno con l’altro ma il problema di quanto rivelare fa parte di un altro problema più grande: quanto uniti e quanto separati si desideri essere. Quanto vogliamo condividere con il partner? Trovare un modo per stare insieme, mantenendo tuttavia una certa distanza e una parte di privacy, potrebbe essere uno dei traguardi più difficili della routine  matrimoniale. Alcuni infatti si lasciano mangiar vivi in nome del rapporto, con il voler a tutti i costi fare ogni cosa insieme, con il rifiuto di riconoscere la legittimità di avere pensieri
privati. Altri, invece, hanno una concezione del limite da non varcare eccessiva, tale da non accettare alcun sconfinamento dell’altro nella propria vita, nelle proprie scelte e persino nelle proprie abitudini quotidiane.
La routine della vita coniugale comporta sicuramente un complesso intreccio di due vite ma è possibile essere due senza perdere se stessi. IL desiderio di essere autonomi può coesistere con il desiderio di essere sposati e a volte abbiamo bisogno di sapere chi siamo senza il nostro compagno, non bisogna vere sensi di colpa se abbiamo questi pensieri. Questa individualità deve essere recuperata ma ognuno deve trovare un modo per essere un noi, oltre che un io e un tu.

Vivere insieme un giorno dopo l’altro con un po’ di grazia richiede un delicato equilibrio tra intimità e separazione, franchezza e tatto, tra la giusta misura di rilassatezza e il lassismo più bieco. Richiede anche che si accetti la routine della vita coniugale cogliendone la dolcezza. E può anche richiedere che si facciano proprie alcune nuove definizioni di ciò che per noi è essere dolce e di ciò che per noi è l’amore romantico. IL romanticismo del quotidiano comporta il riconoscimento del fatto che l’amore non è solo ciò che si possiede all’inizio della relazione: è qualcosa che si crea giorno dopo giorno, una scelta da fare
consapevolmente, attivamente, un’azione voluta. In questo modo si può guardare all’amore coniugale  come a un grande successo. IL romanticismo del quotidiano ci permette anche di capire che la quotidianità della routine coniugale non deve per forza essere sempre noiosa e ripetitiva, che, se siamo abbastanza adulti e ricettivi per saperla gestire, può includere le virtù della grazia e della sorpresa.

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09 e 10 Febbraio 2013. La comunicazione efficace

La modalità attraverso la quale comunichiamo non sempre è sovrapponibile alla modalità attraverso la quale desideriamo comunicare. Se poco soddisfacente, può produrre nei nostri interlocutori effetti assai diversi da quelli che vorremmo, e questo tanto nella sfera affettiva quanto in quella lavorativa. Il corso ha quindi lo scopo di fornire ai partecipanti contenuti e tecniche per migliorare le proprie capacità relazionali e comunicative.

Metodologia

Il corso è caratterizzato da una costante partecipazione attiva dei partecipanti, così da favorire l’apprendimento “in diretta” di tecniche comunicative da mettere in atto per gestire al meglio le relazioni interpersonali. L’attenzione è focalizzata sulla capacità di parlare ed ascoltare, di gestire i contrasti e lo stress, di saper opporre un rifiuto, formulare una richiesta e riconoscere il linguaggio del corpo.

Approfondire la conoscenza della meccanica del linguaggio verbale e non verbale favorisce la comprensione dell’impatto che i comportamenti individuali hanno sull’efficacia della comunicazione.

Contenuti

  • Gli elementi della comunicazione
  • Tipologie di comunicazione: verbale, non verbale, paraverbale
  • Gli stili comunicativi
  • La gestione del rapporto interpersonale
  • L’ascolto attivo
  • Abilità personali e movimenti espressivi
  • La comunicazione efficace come strumento per produrre il cambiamento
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